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Il problema non è il 30, e tanto meno il ’68.
Sicuramente l’argomento emerso con la denuncia di Delle Piane, relativo alla facilità con la quale è possibile superare un esame a Lettere e Filosofia, corrisponde ad un problema attuale e visibile agli occhi di tutti, ma le esigenze reali degli studenti vanno anche al di là della semplice attribuzione di un 30 in luogo, magari, di un 27. Per evitare fraintendimenti e semplificazioni, vorremmo sottolineare il fatto che il problema inizia ben prima della mattinata di esame, un esame che si consuma individualmente in un arco di tempo che va dai tre minuti di orologio ai – molto rari – 20 minuti scarsi. Non è cercando la severità del giudizio che si ottiene la garanzia della conoscenza e dell’abilità nel muoversi all’interno di una disciplina, ma semmai nella interattività risiede la chance per un apprendimento concreto e durevole. Interattività che, ci insegnano la Francia, la Germania e l’Inghilterra, si ottiene “monitorando” la carriera studentesca, favorendone le capacità creative e riflessive.
Facciamo un esempio: nel corso di laurea in filosofia è assai raro che prima di affrontare il lavoro della tesi lo studente scriva tesine o relazioni da discutere in classe, ed è ancora più raro che i professori leggano con scrupolosità questi elaborati, magari consigliando lo stile di scrittura o il modo di argomentare. La conseguenza consiste in una sorta di analfabetismo di ritorno che non può non creare problemi nel momento in cui lo studente si appresta a scrivere la propria tesi triennale.
In Francia uno studente in filosofia, prima di lavorare alla tesi, ha già scritto e discusso di fronte al professore e agli altri studenti del suo corso almeno una quindicina di relazioni, migliorando praticamente mese dopo mese. Il risultato è che in questo modo si apprende il mestiere del filosofo, e i professori possono accorgersi del talento o comunque delle capacità di ogni singolo studente, assicurando così quella continuità e quello scambio culturali tra professore e studente che dovrebbero essere il fiore all’occhiello delle facoltà umanistiche.
Se durante il corso di laurea si rendono manifeste le qualità dello studente è allora auspicabile il 30, poiché indice di un coinvolgimento costante e profondo con le varie discipline, suffragato appunto dal lavoro di scrittura e di esposizione esibito ai professori. Questi ultimi dovrebbero allora preoccuparsi maggiormente del “vivaio” intellettuale che ha deciso di mettersi nelle loro mani, abbracciando l’ipotesi – o meglio la certezza – di conseguire una laurea priva di un valore sul mercato e nel mondo del lavoro.
Se si desidera che le facoltà umanistiche riacquistino la serietà che le contraddistingueva fino a quaranta anni fa dobbiamo comprendere che non è il 30 regalato il vero problema, ma piuttosto il mutismo intellettuale a cui sono costretti gli studenti, il cui unico ruolo – per altro assolutamente non obbligatorio – è quello di leggere libri e ascoltare docenti. E se pensiamo alla Francia capiamo anche che non è il ’68 da cui bisogna guardarsi, poiché oltralpe si impara degnamente il lavoro del filosofo, con le frasi di quel Maggio nel cuore.
1 comment Aprile 9, 2008